I luoghi dell’industria

185218F043D711E3BF2CCA080221E9CD.jpg
Le città sono continuamente in via di trasformazione, l’architettura e il tessuto sociale sono in perenne evoluzione. Le trasformazioni più eclatanti e visibili sono legate ai mutamenti che avvengono nel tessuto produttivo e nell’ infrastruttura complessiva della città.
La prima grande trasformazione nel tessuto urbano della città avviene fra gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, gli anni del grande sviluppo industriale di Bologna che coincise con la decisione di destinare a insediamenti industriali aree prima a vocazione agricola. A spostarsi per prime furono quelle attività produttive che avevano massima necessità di espandersi e non trovavano spazi adeguati nel capoluogo, altre piccole aziende fruirono, invece, degli incentivi offerti dalla legge sulle aree depresse. Infine, ma non ultimo, giocò già allora la prospettiva del vantaggio economico rappresentato dalla enorme valorizzazione derivante dalla permuta a uso residenziale dell’area che si sarebbe lasciata.
Le fabbriche che costellavano la periferia di Bologna intorno agli anni ’70 sono dunque quelle maggiormente consolidate nella città, che avevano resistito al periodo del decentramento promosso negli anni della grande crescita e della trasformazione definitiva del paese da essenzialmente agricolo a paese industriale. Sono le fabbriche nelle quali si venne consolidando il modello economico emiliano, un modello teso a promuovere, accanto e insieme alla crescita economica anche l’inclusione e la mobilità sociale. Sono anche le fabbriche che più di quelle decentrate, vissero il vento degli anni ‘68/’70, gli anni in cui la protesta studentesca intercettò e in qualche modo portò a maturazione quanto le lotte operaie avevano fatto emergere, sia rispetto alla critica dell’organizzazione gerarchica sia alla questione della democrazia sindacale. Sono le grandi fabbriche della stagione del Consigli, quali ad esempio la Minganti, la SASIB, l’AMGA.
Ora molte di loro si sono trasformate, altre hanno chiuso, altre ancora hanno smantellato gli impianti per poi ricostruirli all’estero. Al loro posto sono sorti palazzi, centri commerciali, negozi, o semplicemente sono rimasti i capannoni e il loro senso di abbandono e a volte di degrado.
181235695-febb5726-8326-4d8c-9621-6527d47d44dc
Il progetto fotografico intende, tramite l’uso della fotografia panoramica, mostrare questo cambiamento, portare all’attenzione della città quello che era il tessuto industriale di Bologna.
Vuole altresì ricordare, pur senza mostrarlo, l’impegno e le grandi lotte dei lavoratori che nelle fabbriche hanno vissuto molti anni, cercando di migliorarne le condizioni di lavoro e allo stesso tempo di salvare, assieme ad esse, anche il loro lavoro e la loro speranza di sviluppo.
La prima grande trasformazione nel tessuto urbano di Bologna avvenne fra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, quando l’intenso sviluppo economico della città coincise con la scelta di destinare a insediamenti industriali aree prima a vocazione agricola. A spostarsi per prime furono quelle attività produttive che avevano massima necessità di espandersi e non trovavano spazi adeguati nel capoluogo, altre piccole aziende fruirono, invece, degli incentivi offerti dalla legge sulle aree depresse. Un incentivo al trasferimento venne dalle prospettive di guadagno legate alla permuta a uso residenziale delle aree che si sarebbero lasciate. Le fabbriche che costellavano ancora la periferia di Bologna intorno agli anni ’70 erano dunque quelle maggiormente consolidate in città, quelle che avevano resistito al periodo del decentramento promosso negli anni della “grande crescita”. Sono le fabbriche nelle quali si venne consolidando il modello economico emiliano, un modello teso a promuovere, accanto e insieme alla crescita economica, anche l’inclusione e la mobilità sociale. Sono le stesse fabbriche che vissero pienamente (molto più di quelle decentrate) il vento della contestazione negli anni ’68/’70, durante i quali la protesta studentesca intercettò quanto le lotte operaie avevano fatto emergere in termini di critica dell’organizzazione gerarchica e di democrazia sindacale. Sono le grandi fabbriche protagoniste della stagione dei Consigli. Ora molte di loro si sono trasformate, altre hanno chiuso, altre ancora hanno smantellato gli impianti per poi ricostruirli all’estero. Al loro posto sono sorti palazzi, centri commerciali, negozi, o semplicemente sono rimasti i capannoni e il loro senso di abbandono e degrado.
Le foto di Ivano Adversi raccontano questi panorami urbani e ne interpretano liricamente i mutamenti.
181235632-8e21456f-3b96-4131-9ff1-6c999ed28589
Ivano Adversi si occupa di fotografia da diversi anni. Attualmente fa parte di un gruppo di fotoreporter e ricercatori principalmente orientati al reportage sociale e antropologico. È autore di volumi fotografici quali: Destini incerti Animali ed ambienti da salvare per sopravvivere insieme (Edizioni Calderini), Il respiro del fiume (Edizioni Calderini), Buonanotte Suonatori, luoghi e protagonisti del jazz a Bologna (Minerva edizioni), Terre di libertà – i volti e i luoghi del riscatto civile dalle mafie (Minerva edizioni). Numerose le mostre, in Italia e all’ estero (Cina, Francia, Spagna, Inghilterra, Russia), realizzate in questi anni, alcune personali ed altre collettive. Ha partecipato ad Arte Fiera 2011, a Bologna, con la mostra Le luci del jazz, a Fotografia Europea a Reggio Emilia 2011 con la mostra IllumiNazione ed è stato invitato al 3° Mediterraneo Foto Festival di Lecce, dicembre 2011, con la mostra Terre di Libertà, al Festival di Savignano sul Rubicone 2012 con l’esposizione Studio Photo-omaggio a Malick Sidibè e alla manifestazione La Festa della Musica, con la mostra Une guitare itinérante. Ha collaborato con Pino Ninfa, Claudio Marra, Nino Migliori, Giorgio Celli e altri.

181235644-4546f0eb-fc17-48af-bbe0-9866ad9aac4f

Link: http://www.editricesocialmente.it/le_nostre_collane/materiali_fuori_collana/articolo_165.htm

Dal 08 Novembre 2013 al 01 Dicembre 2013

BOLOGNA

LUOGO: Palazzo Pepoli Vecchio – Museo della storia di Bologna

CURATORI: Cristina Berselli, Cinzia Gardenale, Elisabetta Perazzo, AssociazionePaolo Pedrelli – Archivio Storico Sindacale, Associazione TerzoTropico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...