Quando le porte si sono aperte

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Introduzione

Flavia Franzoni *

Nei territori della regione Emilia Romagna, fin dagli inizi degli anni ’70 (e in alcuni ambiti anche precedentemente), erano state avviate esperienze di servizi sociali, sanitari e ed educativi che avrebbero poi fatto da battistrada alle tante leggi nazionali approvate per realizzare una nuova rete di protezione sociale dei più deboli e di promozione di una migliore qualità della vita per tutti.

Siamo grati a Gabriella Boilini che ha saputo documentare analiticamente una di queste esperienze riguardante un aspetto importante delle innovazioni introdotte in quegli anni, cioè la progressiva chiusura di istituti di ricovero che ospitavano persone in difficoltà, separandole dai loro contesti di vita, cioè il superamento delle “istituzioni totali” sancito definitivamente nel 1978 dalla così detta “legge Basaglia”. Si tratta della progressiva chiusura dell’ospedale-ricovero di San Giovanni in Persiceto.

Il convegno, titolato “Quando le porte si sono aperte” è stata una importante occasione per analizzare la documentazione accumulata (è stato anche presentato un video), consentendo di evidenziare i valori e le acquisizioni scientifiche da cui presero le mosse le esperienze di San Giovanni, ma anche di ricostruire le azioni e le decisioni spesso difficili e a volte conflittuali con cui si riuscì a realizzarle quotidianamente. E ne sono una testimonianza le tante storie di vita raccontate nel video.

Le relazioni al convegno, pubblicate in questo libro, ben descrivono questi aspetti e sottolineano come la realizzazione del progetto abbia comportato il confrontarsi di politiche e approcci culturali diversi e abbia dovuto confrontarsi con interessi legati alla conservazione dei posti di potere o anche più comprensibilmente di posti di lavoro. Conflitti che si andranno via via ricomponendo proprio per il lavoro quotidiano di quegli amministratori e di quegli educatori che hanno saputo creare sul territorio nuove alternative prima della chiusura degli istituti. Alcuni di essi hanno portato questa loro esperienza al convegno.

Questo libro che affianca racconti e analisi riguardanti l’avvio della sperimentazione e riflessioni sull’oggi dimostra ancora una volta la necessità, proprio in questa fase in cui si propongono tante trasformazioni del nostro sistema di welfare, di conoscere i percorsi attraverso cui si è arrivati a costruire un modello di protezione sociale e di convivenza civile che ha fatto vivere meglio le persone.

Come ribadiscono il sindaco Renato Mazzuca e Giuseppe Paruolo, le trasformazioni sono necessarie, proprio per poter rispondere ai nuovi bisogni e utilizzare le nuove acquisizioni scientifiche. Si deve tuttavia essere vigilanti rispetto al rischio di tradire le tante conquiste che lo hanno consentito.

La relazione di Gianna Serra sindaco di San Giovanni in quegli anni riporta alcuni stralci del Programma politico amministrativo del 1972 in cui si possono rintracciare elementi portanti delle future riforme e quindi dei diritti di ciascuna persona alla salute e al benessere per definire una nuova rete di servizi e prestazioni. Le parole chiave di queste nuovo assetto sono lotta alla emarginazione (oggi si preferisce parlare di lotta alla esclusione), partecipazione, prevenzione che saranno i capisaldi di tutte le riforme successive.

Questa sfida non avrebbe potuto essere affrontata se non fosse stata sostenuta da un processo culturale che legava insieme studiosi ( universitari e non), amministratori e politici in uno sforzo interdisciplinare, che aveva coinvolto non soltanto le grandi città, ma anche le realtà periferiche.

Un percorso efficacemente ricostruito dalla relazione di Augusta Nicoli che si sofferma in particolare sul contesto provinciale bolognese in cui tanti tecnici della materia avevano potuto assumere anche responsabilità politiche come assessori.

Tra gli intellettuali Gabriella Boilini, che aveva studiato sociologia all’Università di Trento, ama ricordare il ruolo di Tullio Aymone che sostenne in modo particolare un nuovo ruolo per i sociologi nei servizi sociali e sanitari. Aymone riteneva infatti che senza una comprensione ed una elaborazione dei bisogni proveniente dal basso -sperimentazioni di partecipazione alla costruzione del welfare- non fosse possibile interpretare i bisogni sociali e sanitari e quindi individuare risposte corrette. Ecco il ruolo dei sociologi alla programmazione, ma anche il loro ruolo nelle equipe di operatori, soprattutto a sostegno delle azioni di prevenzione.

In questo clima culturale visse una generazione di operatori e amministratori, come ricorda nella sua reazione Giovanni De Plato, che seppe chiudere i manicomi (anche se con tempi lunghi) e le classi speciali, costruendo servizi di comunità e superando barriere che sembravano invalicabili.

Questo testo riguarda specificamente i servizi di salute mentale, ma , proprio perché l’istituto San Giovanni aveva nel tempo ricoverato pazienti di ogni tipo, soprattutto anziani, la sua esperienza fu da stimolo all’intera rete dei servizi.

Nelle relazioni di chi visse quella esperienza ricorrono alcuni concetti chiave: l’importanza del lavoro di equipe multidisciplinare e l’efficacia dell’assistenza domiciliare.

Il lavoro d’equipe permise di avviare sperimentazioni di integrazione tra servizi sociali e sanitari: l’integrazione era vista come elemento chiave per garantire alle persone risposte armoniche, non contraddittorie, che rispettassero la globalità e l’unitarietà dei bisogni.

I servizi domiciliari furono un po’ i servizi simbolo della stagione delle riforme e della rete dei servizi territoriali. Essi furono organizzati per anziani, disabili, malati mentali. I servizi alternativi al ricovero nel settore della salute mentale hanno certamente incontrato difficoltà particolari, perché essi chiedono un impegno a volte molto gravoso alle famiglie, ma le storie di vita raccontate nel filmato presentato al convegno confermano che non è un compito impossibile.

Lo abbiamo già detto: sono anni in cui è richiesta innovazione, e non soltanto per adeguarsi alle scarse risorse che il sistema socio-economico destina al welfare, ma perché sono mutati e divenuti più complessi i bisogni delle persone. Ma la memoria deve servire proprio alla innovazione; serve per ricordare i valori su cui si erano fondate le scelte del passato, ma anche per non ripetere gli errori, per aiutare a capire il presente, anche a capire quello che non si era capito prima. Insomma deve servire per le decisioni dell’oggi.

Ed è perciò molto importante che questa ricostruzione della memoria sia stata effettuata nell’ambito delle attività dell’Istituzione Minguzzi, una organizzazione pubblica che certamente ha tra i suoi compiti quello di conservare la storia, il patrimonio culturale prodotto dai servizi psichiatrici bolognesi vecchi e nuovi, ma insieme svolge un ruolo attivo nella formazione degli operatori di oggi e nel dibattito sulle trasformazioni del welfare.

* Facoltà di Scienze politiche di Bologna

http://maglioeditore.it/2014/10/10/quando-le-porte-si-sono-aperte/

 

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