Galileo Chini nel Palazzo della Camera del Lavoro di Bologna

Galileo Chini nel Palazzo della Camera del Lavoro di Bologna

Nel 1945, a città liberata, il comitato esecutivo provvisorio della Cgil prende possesso di una nuova sede, a risarcimento della distruzione della vecchia C.d.L.. L’edificio, sito in via Marconi, costruito all’inizio degli anni ’40 per la Confederazione fascista Lavoratori dell’Agricoltura, denominato Casa del Contadino, passò definitivamente in proprietà alla Camera del Lavoro nel 1990.

A decorare il grande salone interno, oggi intitolato a Di Vittorio, viene chiamato, nel 1942, Galileo Chini, uno degli artisti più importanti del Novecento. Molti gli ambiti in cui la sua arte si è misurata: scenografia, pittura, disegno di vetrate e di gioielli, grafica illustrativa, cartellonistica, decorazione a tempera e ad affresco, disegno di mobili. Il settore che meglio esprimeva le sue potenzialità creative era quello delle ceramiche anche ad uso di decorazione applicata all’architettura. In pittura, dopo una prima adesione al divisionismo, dagli anni venti il gusto si fa più stilizzato e aderente al secessionismo austriaco fino a geometrizzazioni, dove gli elementi decorativi denunciano la sua grande passione per le arti applicate. Sono numerosissime le sue partecipazioni a mostre nazionali e internazionali, alle Biennali di Venezia, come alle Esposizioni Universali di Parigi: famosa la sua sosta in Oriente, fra il 1911 e il 1914, dove si reca su invito del re del Siam, per realizzare gli interventi decorativi del Salone del Trono del nuovo Palazzo Reale di Bankok, progettato da un altro italiano, Annibale Rigotti.

La sua tarda produzione tende a recuperare la tradizione figurativa più genuinamente toscana in paesaggi e figure che si ispirano alla pittura post-macchiaiola, come nel caso del grande Salone del nuovo palazzo della Casa del Contadino, che Chini affresca con un ciclo dedicato al lavoro agricolo, tema desunto dalla tradizione pittorica e scultorea italiana medievale e rinascimentale, ma ricorrente nelle decorazioni del ventennio e che rimarrà peraltro inalterato ancora per lungo tempo sotto la denominazione di realismo socialista.

Fra il 1954 ed il 1956 gli affreschi vengono coperti e le decorazioni di Chini si perdono; ne resta memoria solo da immagini fotografiche.

Sono superstiti invece i cartoni preparatori del maestro per il ciclo di affreschi, eseguiti a tempera e colorati, oggi patrimonio della Fondazione Cassa di Risparmio. Si tratta di esemplari eccezionali per qualità pittorica e carattere preparatorio, oltre che per dimensione.

Una prova di descialbo ha confermato la buona conservazione degli affreschi sotto l’intonaco che li copre, la qualcosa ha confermato la volontà della C.d.L.M. e dell’associazione P. Pedrelli di intraprendere il recupero dell’intero ciclo pittorico con il restauro del Salone, operazione certamente impegnativa ma restituiva di uno straordinario episodio artistico ancora inesplorato della città.

CHINI_salone_2012_01.jpg

Sintesi da Jadranka Bentini,

curatrice della mostra Lavoro e Identità nazionale.

Un progetto ambizioso che potrà essere realizzato solo con il concorso ed il sostegno dell’intera collettività; una ragione in più per assegnare il 5 x mille

all’A. P.S. P.Pedrelli (C.F. 01902321205. via Marconi 69/e Bologna)

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