Paura non abbiamo

16835935_618208265032799_4530123375411664443_o.jpg

Bologna, 8 marzo 1955. Anna e Angela furono arrestate davanti alla fabbrica Ducati per aver distribuito la mimosa in occasione della Giornata Internazionale della Donna e condannate a un mese di re- clusione da scontare nel carcere di San Giovanni in Monte, oggi sede del dipartimento di Storia dell’Università.

Sessant’anni dopo, San Giovanni in Monte è il luogo deputato a ripor- tare alla luce le storie delle migliaia di persone che negli anni Cin- quanta vennero ingiustamente licenziate dalle fabbriche a causa dell’affiliazione a organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Nel pieno della guerra fredda e della violenta repressione perpetrata dalla polizia nei confronti del movimento operaio durante scioperi e manife- stazioni, persino un innocuo fiore come la mimosa veniva considerato un simbolo sovversivo, sinonimo della lotta per l’emancipazione fem- minile.

http://www.pauranonabbiamo.it/

https://www.facebook.com/PauraNonAbbiamo

http://d.repubblica.it/attualita/2017/03/08/foto/8_marzo_festa_internazionale_della_donna_paura_non_abbiamo_documentario_foto-3448037/6/

Millenovecento77

Forse è la prima volta che gli archivi privati del Novecento di Bologna e quelli istituzionali, insieme, mettono in mostra i propri materiali per ricordare un evento che ha coinvolto tutta la città e che ancora fa discutere storici ed analisti politici. Un passo avanti non indifferente. ”                                                                              Elisabetta Perazzo

Inaugurazione 2 maggio 2017 – Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio

invito_mostra_1977_ok-1

 

invito_mostra_1977_ok-2

“Abbiamo una ragione per far quel che facciamo!”

PANCALDINE-18

Le ragazze della Pancaldi

Raccontare delle ragazze della Camiceria Pancaldi & C. è come raccontare di un mito paragonabile a quello delle mondine.

Non a caso quasi tutte provenivano da famiglie contadine e bracciantili, inurbate a seguito della meccanizzazione massiccia introdotta nel lavoro agricolo. Sicuramente avevano memoria delle grandi lotte bracciantili, che le avevano sfiorate e forse anche coinvolte personalmente.

Sono operaie per la maggior parte con un’istruzione elementare e molto giovani, fra i 20 e i 30 anni; pochissime superano i dieci anni di anzianità in azienda.

Forse per la loro gioventù, forse perché i ritmi di lavoro erano insopportabili, ma queste ragazze avevano davvero delle “belle e buone lingue” e nessuna paura del Pancaldi al punto da occupargli la fabbrica per quasi un mese filato.

Siamo agli inizi del 1968. La produzione si blocca su una vertenza che riguarda essenzialmente il salario e i ritmi di lavoro, ma nel tempo si arricchisce di ben altri temi, fino a diventare un modello contrattuale, cui perfino il sindacato “principe”, la FIOM, farà riferimento.

Come tutte le storie vere, anche la storia dell’occupazione della Pancaldi viene da lontano, dagli anni ’60 costellati di proteste, contestazioni, vertenze fallite, vertenze conquistate. Tuttavia è un fatto che nel 1968 alla Pancaldi c’erano 400 operaie e 10 operai, che lavoravano 48 ore la settimana, più lo straordinario obbligatorio, e che producevano 1540 camicie al giorno. Sui sette nastri trasportatori applicati alle macchine da cucire le operaie avevano 2′ e 10” per completare la propria operazione. E chi non riusciva a stare al ritmo doveva recuperare oltre l’orario, e non certo pagata.

Una fabbrica, dunque, moderna, potremmo dire con una organizzazione fordista, con una proprietà ostile ad ogni proposta di miglioramento delle condizioni di lavoro; insomma, tutto secondo il cliché.

E intanto, fuori, oltre i confini di Corticella, la città scopre, e incontra, la protesta giovanile che viene dalle scuole e dall’università; una protesta prima di tutto antiautoritaria, ma poi anche contro una scuola che non fa i conti con la realtà, con quella ventata di egualitarismo che sempre, all’inizio, porta con sè il benessere economico, salvo poi rifluire velocemente al primo accenno di crisi.

Ed ecco che le ragazze della Pancaldi, a dire il vero molto ben guidate dal sindacato, entrano in contatto col movimento studentesco, in particolare con i ragazzi di Medicina e Psicologia, e ne nasce una ricerca sulla salute nel posto di lavoro. Approfittando dell’occupazione gli studenti intervistano 40 donne della Pancaldi sulla propria salute, sulle condizioni di lavoro, sui rapporti interpersonali, sulle condizioni di vita. Ne deriva uno spaccato straordinariamente significativo: tempi di lavoro troppo veloci, pause troppo brevi, 20% di assenze giornaliere, eliminazione del medico di fabbrica; niente asilo nido; disturbi a gambe e schiena e problemi circolatori diffusi a causa delle posture gravose; rapporti interpersonali ridotti all’osso a causa della stanchezza. A ciò va aggiunto che non esiste una mensa: si mangia cibo portato da casa in 55′ sui tavoli di lavoro del magazzino tra lo spogliatoio ed i gabinetti, solamente sette, di cui due sempre inagibili, per 410 persone.

Un grave disagio, dunque, generalizzabile alle aziende simili alla Pancaldi, che non può essere sottaciuto nella vertenza aziendale. E’ la prima volta che si affronta con chiarezza il tema della salute in fabbrica. Ma è anche la prima volta che viene espressamente scelto di coinvolgere gli enti pubblici sul diritto alla salute nel luoghi di lavoro. Ne deriverà una nuova attenzione alla salute ed all’ambiente, che poi produrrà, nella nostra regione in particolare, le équipe di medicina del lavoro ed il grande capitolo, che segnò di sé gli anni ’70, della prevenzione nel nostro sistema sanitario.

Abbiamo voluto dedicare a quelle donne straordinarie una piccola mostra che le ritrae nei giorni di quel fatidico sciopero, perché rimanga memoria dell’impegno, ma anche della “leggerezza” con cui affrontarono la prova.

Elisabetta Perazzo

“Scelgo di parlare della esperienza dell’occupazione della fabbrica Pancaldi, perché segnò una fase di passaggio e credo possa avere collegamenti con ciò che accade oggi.

La vertenza della Pancaldi si è collocata in una fase di passaggio, in un contesto economico e sociale di profonda trasformazione, in cui il mondo femminile ha avuto un peso importante nella nostra provincia. Si era nel passaggio da un’economia agricola ad un’economia industriale.

Credo che la Pancaldi si possa definire un simbolo della lotta operaia nella nostra provincia, nel momento di crescita dell’industria manifatturiera.

Quella lotta segnò anche l’avanzamento nei diritti civili e sociali.

Chi erano le operaie della Pancaldi?

Erano donne in gran parte espulse dalla campagna e altamente motivate a battersi per costruire per sé e per la loro famiglia un futuro umano, di garanzia del lavoro e di dignità.

Questo erano le operaie della Pancaldi.

Ogni tanto sento dirigenti che dicono che i lavoratori non possono scioperare perché sono precari, non hanno mezzi e quindi non possono rinunciare ad una giornata di lavoro. Queste operaie cominciarono nel ’61 con 20 giorni di sciopero per ottenere, non più salario, ma il diritto ad avere la Commissione Interna, una rappresentanza sindacale che si battesse per i diritti sul lavoro.

Si battevano inoltre contro l’autoritarismo della proprietà, per trasformare il sistema produttivo, per ridurre i tempi di lavoro, per avere migliori condizioni di vita nella fabbrica.

Negli anni ’60 realizzammo anche un rapporto con il movimento studentesco ed assieme a medici e specialisti si fece la prima indagine sulle condizioni di vita di quelle operaie… e da lì è partita nel 1968 la battaglia che queste operaie hanno fatto.

Occupammo la fabbrica nel ’68, dopo un anno di grande difficoltà per il sindacato, durante il quale i metalmeccanici, una categoria sempre più forte, era riuscita ad aprire vertenze solo in 23 aziende a Bologna e solo in due di queste aziende riuscì a realizzare un accordo.

La partita che aprimmo alla Pancaldi fu, quindi, di grande stimolo per tutti e segnò una fase contrattuale in tutti i settori; tanto è vero che fra il 1968 ed il 1969 i meccanici fecero 247 accordi aziendali.

Le battaglie sindacali bisogna che siano motivate, e quelle ragazze erano motivate. In quelle battaglie non c’era solo la questione dei diritti, c’era anche l’emancipazione femminile. Allora c’erano ancora le fasce salariali per età, per genere, per zone territoriali. I diritti rivendicati erano non solo quelli sindacali e di rispetto della persona, ma anche di parità salariale.

Bisogna rimotivare il mondo giovanile e quello femminile in particolare e la CGIL deve essere sempre più punto di riferimento in queste battaglie per la qualità della vita delle persone. Riprendiamo quel cammino…”

Dall’intervento di Giorgio Ruggeri*

a “Idee al Lavoro” 25 maggio 2013 Bologna

*Fu protagonista di quella lotta come segretario generale dei tessili CGIL

http://www.cgilbo.it/event/donne-lavoro-liberta/

Inaugurazione della mostra in Camera del Lavoro – 21 aprile 2017

Galileo Chini nel Palazzo della Camera del Lavoro di Bologna

Galileo Chini nel Palazzo della Camera del Lavoro di Bologna

Nel 1945, a città liberata, il comitato esecutivo provvisorio della Cgil prende possesso di una nuova sede, a risarcimento della distruzione della vecchia C.d.L.. L’edificio, sito in via Marconi, costruito all’inizio degli anni ’40 per la Confederazione fascista Lavoratori dell’Agricoltura, denominato Casa del Contadino, passò definitivamente in proprietà alla Camera del Lavoro nel 1990.

A decorare il grande salone interno, oggi intitolato a Di Vittorio, viene chiamato, nel 1942, Galileo Chini, uno degli artisti più importanti del Novecento. Molti gli ambiti in cui la sua arte si è misurata: scenografia, pittura, disegno di vetrate e di gioielli, grafica illustrativa, cartellonistica, decorazione a tempera e ad affresco, disegno di mobili. Il settore che meglio esprimeva le sue potenzialità creative era quello delle ceramiche anche ad uso di decorazione applicata all’architettura. In pittura, dopo una prima adesione al divisionismo, dagli anni venti il gusto si fa più stilizzato e aderente al secessionismo austriaco fino a geometrizzazioni, dove gli elementi decorativi denunciano la sua grande passione per le arti applicate. Sono numerosissime le sue partecipazioni a mostre nazionali e internazionali, alle Biennali di Venezia, come alle Esposizioni Universali di Parigi: famosa la sua sosta in Oriente, fra il 1911 e il 1914, dove si reca su invito del re del Siam, per realizzare gli interventi decorativi del Salone del Trono del nuovo Palazzo Reale di Bankok, progettato da un altro italiano, Annibale Rigotti.

La sua tarda produzione tende a recuperare la tradizione figurativa più genuinamente toscana in paesaggi e figure che si ispirano alla pittura post-macchiaiola, come nel caso del grande Salone del nuovo palazzo della Casa del Contadino, che Chini affresca con un ciclo dedicato al lavoro agricolo, tema desunto dalla tradizione pittorica e scultorea italiana medievale e rinascimentale, ma ricorrente nelle decorazioni del ventennio e che rimarrà peraltro inalterato ancora per lungo tempo sotto la denominazione di realismo socialista.

Fra il 1954 ed il 1956 gli affreschi vengono coperti e le decorazioni di Chini si perdono; ne resta memoria solo da immagini fotografiche.

Sono superstiti invece i cartoni preparatori del maestro per il ciclo di affreschi, eseguiti a tempera e colorati, oggi patrimonio della Fondazione Cassa di Risparmio. Si tratta di esemplari eccezionali per qualità pittorica e carattere preparatorio, oltre che per dimensione.

Una prova di descialbo ha confermato la buona conservazione degli affreschi sotto l’intonaco che li copre, la qualcosa ha confermato la volontà della C.d.L.M. e dell’associazione P. Pedrelli di intraprendere il recupero dell’intero ciclo pittorico con il restauro del Salone, operazione certamente impegnativa ma restituiva di uno straordinario episodio artistico ancora inesplorato della città.

CHINI_salone_2012_01.jpg

Sintesi da Jadranka Bentini,

curatrice della mostra Lavoro e Identità nazionale.

Un progetto ambizioso che potrà essere realizzato solo con il concorso ed il sostegno dell’intera collettività; una ragione in più per assegnare il 5 x mille

all’A. P.S. P.Pedrelli (C.F. 01902321205. via Marconi 69/e Bologna)

Onorato Malaguti

Questa rassegna fotografica da conto degli anni (1946 1955) in cui Onorato Malaguti fu Segretario Generale della Camera del Lavoro di Bologna.

Furono anni difficili ed ad un tempo straordinari: gli anni della ricostruzione, della speranza del futuro, ma anche dei tentativi di ripristinare tempi ormai sepolti sotto le maceria di una guerra terribile. Furono gli anni in cui si posero le basi della rinascita sociale, economica e politica del nostro paese; dell’espansione della città, del passaggio da un’economia agricola ad un’industrializzazione diffusa, delle grandi lotte per i diritti del lavoro, del cimento amministrativo di una classe politica di sinistra, che usciva dalla clandestinità e riproponeva un progetto economico e sociale fondato su eguaglianza e  solidarietà.

Onorato Malaguti fu uno di questi costruttori di futuro.

29 settembre 1940
“Lo studio della storia non deve essere la ricerca dei fatti straordinari del passato […] c’è un altro modo di studiare la storia, ed è quello di chi vuole conoscere come erano gli uomini che ci hanno preceduto e che con il loro lavoro hanno preparato il mondo nel quale viviamo.  Come hanno vissuto questi uomini? Che cosa hanno prodotto? Quale è stata la loro civiltà? In quali rapporti sono stati gli uni con gli altri, schiavi e padroni, artigiani, contadini e nobili feudatari? Che cosa ha spinto i grandi uomini ad agire, che cosa ha reso possibili le vittorie degli uni e cosa le inevitabili sconfitte degli altri? […] Comprendere la storia, vedere quale è la strada che gli uomini hanno percorso, vuol dire capire meglio quel che facciamo, che dobbiamo e possiamo fare, ricercare la strada da percorrere.”
Da una lettera al figlio Giorgio che Onorato Malaguti scrive dal carcere di Civitavecchia.

 

 

 

I giorni del possibile

i-giorni-del-possibile5

Link: minervaedizioni.it – I giorni del possibile

La storia del dirigente sindacale Giancarlo Trocchi e della sua famiglia è solo in apparenza l’oggetto de I giorni del possibile, libro che, piuttosto, va letto come l’affresco storico di un’intera comunità. Nell’insolita forma di un “dialogo romanzato” il lettore viene infatti accompagnato attraverso i percorsi umani di alcune generazioni di uomini e donne che, con le loro gesta e muovendo dal piccolissimo borgo appenninico degli Sterpi, ci raccontano della montagna bolognese, dell’Italia e del mondo contemporaneo. Dall’ultimo ventennio dell’Ottocento a oggi, il libro ripercorre i giorni “del possibile”, ovvero di fiducia nell’avvenire e nel progresso che fu propria della generazione uscita dalla seconda guerra mondiale, ma anche i giorni “dell’impossibile”, perché dall’unità d’Italia la vita in Appennino fu soprattutto fatica, emigrazione, sconfitta e violenza. Non una biografia, dunque; perché la storia dei Trocchi è parte integrante della storia del nostro paese.

locandina-19-ottobre-2015

la-vita-che-diventa-storia111015-web

 

Quando le porte si sono aperte

quando-le-porte-si-sono-aperte

Introduzione

Flavia Franzoni *

Nei territori della regione Emilia Romagna, fin dagli inizi degli anni ’70 (e in alcuni ambiti anche precedentemente), erano state avviate esperienze di servizi sociali, sanitari e ed educativi che avrebbero poi fatto da battistrada alle tante leggi nazionali approvate per realizzare una nuova rete di protezione sociale dei più deboli e di promozione di una migliore qualità della vita per tutti.

Siamo grati a Gabriella Boilini che ha saputo documentare analiticamente una di queste esperienze riguardante un aspetto importante delle innovazioni introdotte in quegli anni, cioè la progressiva chiusura di istituti di ricovero che ospitavano persone in difficoltà, separandole dai loro contesti di vita, cioè il superamento delle “istituzioni totali” sancito definitivamente nel 1978 dalla così detta “legge Basaglia”. Si tratta della progressiva chiusura dell’ospedale-ricovero di San Giovanni in Persiceto.

Il convegno, titolato “Quando le porte si sono aperte” è stata una importante occasione per analizzare la documentazione accumulata (è stato anche presentato un video), consentendo di evidenziare i valori e le acquisizioni scientifiche da cui presero le mosse le esperienze di San Giovanni, ma anche di ricostruire le azioni e le decisioni spesso difficili e a volte conflittuali con cui si riuscì a realizzarle quotidianamente. E ne sono una testimonianza le tante storie di vita raccontate nel video.

Le relazioni al convegno, pubblicate in questo libro, ben descrivono questi aspetti e sottolineano come la realizzazione del progetto abbia comportato il confrontarsi di politiche e approcci culturali diversi e abbia dovuto confrontarsi con interessi legati alla conservazione dei posti di potere o anche più comprensibilmente di posti di lavoro. Conflitti che si andranno via via ricomponendo proprio per il lavoro quotidiano di quegli amministratori e di quegli educatori che hanno saputo creare sul territorio nuove alternative prima della chiusura degli istituti. Alcuni di essi hanno portato questa loro esperienza al convegno.

Questo libro che affianca racconti e analisi riguardanti l’avvio della sperimentazione e riflessioni sull’oggi dimostra ancora una volta la necessità, proprio in questa fase in cui si propongono tante trasformazioni del nostro sistema di welfare, di conoscere i percorsi attraverso cui si è arrivati a costruire un modello di protezione sociale e di convivenza civile che ha fatto vivere meglio le persone.

Come ribadiscono il sindaco Renato Mazzuca e Giuseppe Paruolo, le trasformazioni sono necessarie, proprio per poter rispondere ai nuovi bisogni e utilizzare le nuove acquisizioni scientifiche. Si deve tuttavia essere vigilanti rispetto al rischio di tradire le tante conquiste che lo hanno consentito.

La relazione di Gianna Serra sindaco di San Giovanni in quegli anni riporta alcuni stralci del Programma politico amministrativo del 1972 in cui si possono rintracciare elementi portanti delle future riforme e quindi dei diritti di ciascuna persona alla salute e al benessere per definire una nuova rete di servizi e prestazioni. Le parole chiave di queste nuovo assetto sono lotta alla emarginazione (oggi si preferisce parlare di lotta alla esclusione), partecipazione, prevenzione che saranno i capisaldi di tutte le riforme successive.

Questa sfida non avrebbe potuto essere affrontata se non fosse stata sostenuta da un processo culturale che legava insieme studiosi ( universitari e non), amministratori e politici in uno sforzo interdisciplinare, che aveva coinvolto non soltanto le grandi città, ma anche le realtà periferiche.

Un percorso efficacemente ricostruito dalla relazione di Augusta Nicoli che si sofferma in particolare sul contesto provinciale bolognese in cui tanti tecnici della materia avevano potuto assumere anche responsabilità politiche come assessori.

Tra gli intellettuali Gabriella Boilini, che aveva studiato sociologia all’Università di Trento, ama ricordare il ruolo di Tullio Aymone che sostenne in modo particolare un nuovo ruolo per i sociologi nei servizi sociali e sanitari. Aymone riteneva infatti che senza una comprensione ed una elaborazione dei bisogni proveniente dal basso -sperimentazioni di partecipazione alla costruzione del welfare- non fosse possibile interpretare i bisogni sociali e sanitari e quindi individuare risposte corrette. Ecco il ruolo dei sociologi alla programmazione, ma anche il loro ruolo nelle equipe di operatori, soprattutto a sostegno delle azioni di prevenzione.

In questo clima culturale visse una generazione di operatori e amministratori, come ricorda nella sua reazione Giovanni De Plato, che seppe chiudere i manicomi (anche se con tempi lunghi) e le classi speciali, costruendo servizi di comunità e superando barriere che sembravano invalicabili.

Questo testo riguarda specificamente i servizi di salute mentale, ma , proprio perché l’istituto San Giovanni aveva nel tempo ricoverato pazienti di ogni tipo, soprattutto anziani, la sua esperienza fu da stimolo all’intera rete dei servizi.

Nelle relazioni di chi visse quella esperienza ricorrono alcuni concetti chiave: l’importanza del lavoro di equipe multidisciplinare e l’efficacia dell’assistenza domiciliare.

Il lavoro d’equipe permise di avviare sperimentazioni di integrazione tra servizi sociali e sanitari: l’integrazione era vista come elemento chiave per garantire alle persone risposte armoniche, non contraddittorie, che rispettassero la globalità e l’unitarietà dei bisogni.

I servizi domiciliari furono un po’ i servizi simbolo della stagione delle riforme e della rete dei servizi territoriali. Essi furono organizzati per anziani, disabili, malati mentali. I servizi alternativi al ricovero nel settore della salute mentale hanno certamente incontrato difficoltà particolari, perché essi chiedono un impegno a volte molto gravoso alle famiglie, ma le storie di vita raccontate nel filmato presentato al convegno confermano che non è un compito impossibile.

Lo abbiamo già detto: sono anni in cui è richiesta innovazione, e non soltanto per adeguarsi alle scarse risorse che il sistema socio-economico destina al welfare, ma perché sono mutati e divenuti più complessi i bisogni delle persone. Ma la memoria deve servire proprio alla innovazione; serve per ricordare i valori su cui si erano fondate le scelte del passato, ma anche per non ripetere gli errori, per aiutare a capire il presente, anche a capire quello che non si era capito prima. Insomma deve servire per le decisioni dell’oggi.

Ed è perciò molto importante che questa ricostruzione della memoria sia stata effettuata nell’ambito delle attività dell’Istituzione Minguzzi, una organizzazione pubblica che certamente ha tra i suoi compiti quello di conservare la storia, il patrimonio culturale prodotto dai servizi psichiatrici bolognesi vecchi e nuovi, ma insieme svolge un ruolo attivo nella formazione degli operatori di oggi e nel dibattito sulle trasformazioni del welfare.

* Facoltà di Scienze politiche di Bologna

http://maglioeditore.it/2014/10/10/quando-le-porte-si-sono-aperte/